Ai vertici delle grandi maison di moda, negli ultimi mesi, c’è un vero e proprio risiko in corso. Affiorano poltrone vuote per le posizioni di direttori creativi, lasciando il sistema e il pubblico incerto. Qual è la reale posizione che hanno i direttori creativi? E’ finita l’ora dei designer ‘superstar’?
Intanto un piccolo recap. Solo qualche settimana fa Moschino ha annunciato a sorpresa la dipartita di Jeremy Scott nel ruolo di direttore creativo, che aveva nella casa di moda dal 2013. Scott era succeduto a Rossella Jardini, entrata nella maison come assistente del fondatore Franco Moschino. Oggi Scott commenta la sua dipartita definendosi “ricco di eccitazione e aspettative e pronto a condividere cosa ho in serbo dopo”.

Qualche giorno dopo anche Trussardi si è ritrovato con le poltrone da direttori creativi vuote. Serhat Işık e Benjamin A. Huseby, noti per il loro marchio Gmbh, fondato a Berlino nel 2016, erano in carica da appena due anni. A lasciare Trussardi è stato anche l’intero consiglio di amministrazione, lasciando il futuro dell’azienda in bilico.

Alla fine dello scorso anno Gucci aveva sconvolto il fashion system con l’addio di Alessandro Michele, facendo nascere un vero e proprio ‘Toto moda’ per individuare chi avrebbe preso il suo posto. Più di un mese fa attraverso una nota ufficiale Kering (casa madre di Gucci) ha annunciato Sabato De Sarno nei panni di nuovo direttore creativo del marchio, il cui debutto avverrà il prossimo settembre.

“Il problema sembra essere la mancanza di capacità dei CEO nel riconoscere il talento, valutarne l’allineamento con la storia del marchio e immaginarsi una visione futura che contenga sia il successo commerciale che la risposta mediatica”, ha commentato il critico di moda Andrea Batilla. “Dai tempi di McQueen e Galliano in cui non ci si aspettava che i vestiti vendessero ma bastava che le sfilate creassero hype per vendere profumi, siamo passati a un modello di business molto più strutturato in cui il direttore creativo non deve essere solo un media darling ma anche avere il dono della moltiplicazione dei fatturati di tutte le categorie di prodotto. Deve insomma essere in grado di sviluppare sfilate potenti ma anche di collaborare con i merchandiser e marketing manager per accontentare tutti i diversi mercati del mondo”.

E Demna, direttore creativo di Balenciaga, sembrava esserci riuscito, fino alla successione di scandali che hanno colpito il marchio, ma anche la sua figura negli ultimi mesi. Tanto è bastato a far scomparire il brand dai piccoli schermi (archiviando sul proprio Ig tutte le sue foto, rimesse solo qualche giorno fa) e ad abissare il ruolo di Demna. Riemerso per la presentazione della collezione autunno/inverno 23-24 il concetto adottato è stato chiaro: tabula rasa, si riparte dai vestiti. Niente scandali, messaggi politici o provocazioni, tipici del marchio di fabbrica del direttore creativo, ma solo un focus sui suoi blazer neri. “Sono tornato a tagliare giacche e pantaloni, a sperimentare modelli e forme. Non posso spiegarlo in altro modo se non con il fatto che mi sono rifugiato nell’attività che amo: creare vestiti”, aveva dichiarato il designer georgiano. Insomma nulla che potesse potenzialmente risultare ‘sopra le righe’, fortemente voluto anche dalla proprietà Kering.
E ancora a settembre 2022 a voler cambiare rotta è stato anche Burberry che ha lasciato a Daniel Lee il ruolo di direttore creativo al posto di Riccardo Tisci, in carica dal 2018. Il nuovo designer ha fatto subito sentire la sua voce, andando a pescare negli archivi storici del brand, ma uscendone ‘rimodernato con la nuova campagna a metà febbraio.

Insomma c’è un vero e proprio terremoto tra le poltrone delle maison di moda. Fino a che punto i direttori creativi sono davvero liberi di scegliere senza doversi assoggettare alle decisioni di fatturato e immagine mediatica? Quando la posizione di designer viene lasciata libera per puro interesse creativo?
Che ne pensate voi?
di Giorgia Dallasio
06 aprile 2023


